Come comprendere e misurare con precisione la definizione dell’impatto ambientale

Una t-shirt in cotone percorre diverse migliaia di chilometri prima di arrivare in un armadio. Tra la coltivazione del cotone, la tintura, il trasporto marittimo e il lavaggio in lavatrice per anni, questo indumento modifica l’aria, l’acqua e i suoli ad ogni fase. È esattamente questo che copre l’impatto ambientale: l’insieme delle modifiche che un’attività umana provoca sugli ambienti naturali.

Ciò che copre concretamente l’impatto ambientale oltre al CO2

Quando si parla di impatto ambientale, il riflesso è pensare alle emissioni di gas serra. Tuttavia, il carbonio rappresenta solo una frazione del problema. L’impatto ambientale comprende anche l’acqua, i suoli, l’aria e la biodiversità.

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Per strutturare questa nozione, gli specialisti distinguono diverse categorie di impatti ambientali:

  • L’acidificazione dell’aria e dei suoli, provocata da alcuni scarichi industriali o agricoli che modificano il pH degli ecosistemi
  • L’eutrofizzazione delle acque, legata a un eccesso di nutrienti (azoto, fosforo) che asfissia gli ambienti acquatici
  • Il depauperamento delle risorse non rinnovabili, che si tratti di minerali, combustibili fossili o acqua dolce nelle falde
  • L’occupazione e la trasformazione dei suoli, che frammentano gli habitat naturali e riducono la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi

Comprendere la definizione di impatto ambientale implica quindi superare il solo indicatore carbonio per considerare queste molteplici dimensioni simultaneamente.

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In Francia, la riforma della valutazione ambientale entrata in vigore nel 2024 ha inoltre rafforzato la considerazione della biodiversità nei progetti di pianificazione. La sequenza “evitare-ridurre-compensare” è ora sistematica, con un monitoraggio delle misure compensative nel tempo. L’impatto non si limita più a ciò che si emette: include ciò che si distrugge o ciò che si impedisce di rigenerarsi.

Consulente in sviluppo sostenibile che analizza dati di impatto ambientale su schermi in un ufficio moderno

Analisi del ciclo di vita: il metodo di riferimento per misurare l’impatto ambientale

Hai già notato che due prodotti simili possono mostrare bilanci ecologici molto diversi? Questo dipende spesso dal metodo di misurazione utilizzato. L’analisi del ciclo di vita (ACV) valuta un prodotto dall’estrazione delle materie prime fino alla sua fine vita.

Come funziona un’ACV

L’ACV suddivide la vita di un prodotto o di un servizio in fasi: estrazione, produzione, trasporto, utilizzo, poi trattamento a fine vita (riciclaggio, interramento, incenerimento). Per ogni fase, si quantificano i flussi in entrata (energia, materie, acqua) e i flussi in uscita (emissioni, rifiuti, scarichi).

Questi dati alimentano poi diversi indicatori di impatti ambientali: contributo al cambiamento climatico, acidificazione, eutrofizzazione, consumo di risorse. Un prodotto può avere un basso bilancio carbonio ma una forte impronta sull’acqua, per esempio.

PEF: il quadro europeo che si impone

La Commissione europea ha sviluppato il metodo PEF (Product Environmental Footprint) per armonizzare il modo in cui le aziende misurano e comunicano la loro impronta ambientale. Con la proposta di direttiva “Green Claims” presentata a marzo 2023, ogni affermazione ambientale dovrà basarsi su metodi riconosciuti di tipo ACV o PEF.

Questo quadro cambia le regole del gioco. Fino ad ora, un’azienda poteva scegliere i propri indicatori, il proprio perimetro e il proprio metodo. Il PEF impone una base metodologica comune che rende i risultati comparabili da un prodotto all’altro, da un settore all’altro.

Impronta carbonica e bilancio carbonico: strumenti complementari all’ACV

L’ACV copre tutti gli impatti ambientali, ma la sua attuazione richiede tempo e dati dettagliati. Per le organizzazioni che vogliono iniziare con un perimetro più mirato, il bilancio carbonico rimane un punto di ingresso pertinente.

Il bilancio carbonico contabilizza le emissioni di gas serra di un’organizzazione su un perimetro definito: emissioni dirette (riscaldamento, veicoli), emissioni legate all’energia acquistata e emissioni indirette della catena di valore (acquisti, trasporto delle merci, spostamenti dei dipendenti).

Questa suddivisione in tre perimetri (spesso chiamati scope 1, 2 e 3) aiuta a identificare i settori più pesanti. Nella maggior parte delle aziende di servizi, le emissioni indirette della catena di valore rappresentano la parte più grande del totale.

Il bilancio carbonico non sostituisce un’ACV. Non valuta né l’acqua, né la biodiversità, né il depauperamento delle risorse. Ma offre una prima strategia di misurazione che consente di dare priorità alle azioni di riduzione più efficaci prima di ampliare l’analisi.

Team di professionisti che analizzano rapporti di valutazione di impatto ambientale durante una riunione di lavoro

Digitale e consumo quotidiano: due angoli morti della misurazione d’impatto

Perché questi ambiti meritano un’attenzione particolare? Perché i loro impatti ambientali sono spesso sottovalutati, a causa di dati non affidabili o di un perimetro di misurazione inadeguato.

L’impronta ambientale del digitale

L’ARCEP, attraverso il suo sondaggio annuale “Per un digitale sostenibile”, impone dalla sua campagna 2024-2025 un reporting dettagliato agli attori del settore. Questo reporting va oltre le emissioni di gas serra: include il consumo di risorse e l’occupazione del suolo legata alle infrastrutture. Fabbricare un terminal concentra la maggior parte dell’impronta, molto più del suo utilizzo quotidiano.

I servizi quotidiani

Ogni atto di consumo porta un’impronta ambientale, ma misurarla precisamente rimane una sfida. L’alimentazione, per esempio, accumula impatti sull’acqua (irrigazione), sui suoli (fertilizzanti, pesticidi), sull’aria (trasporto, stoccaggio refrigerato) e sulla biodiversità (monocolture).

Una valutazione seria di questi impatti richiede di incrociare diverse fonti di dati e diversi indicatori. Affidarsi a un solo numero, come l’impronta carbonica di un pasto, fornisce un’immagine distorta della realtà.

Tre criteri per giudicare l’affidabilità di una misura d’impatto

Di fronte alla moltiplicazione di etichette e punteggi ambientali, sapere valutare la qualità di una misura diventa una competenza utile. Una misura d’impatto affidabile si basa su un perimetro esplicito, dati tracciabili e risultati verificabili.

  • Il perimetro: la misura copre solo la produzione o l’intero ciclo di vita? Un perimetro parziale può nascondere le fasi più inquinanti
  • La fonte dei dati: si tratta di dati primari raccolti in loco o di medie settoriali generiche? I risultati variano notevolmente a seconda della qualità dei dati di input
  • La trasparenza del metodo: le ipotesi di calcolo e i fattori di emissione utilizzati sono pubblicati? Senza questa trasparenza, è impossibile verificare o confrontare i risultati

La direttiva Green Claims promossa dalla Commissione europea mira precisamente a rendere questi tre criteri obbligatori per ogni comunicazione ambientale. Le aziende che anticipano questo quadro guadagneranno credibilità presso i loro stakeholder, mentre disporranno di una strategia di misurazione realmente utile per orientare le loro azioni di riduzione.

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